Padre Cesare Faletti

È priore del monastero cistercense di Pra ‘d Mill, nella valle dell’Infernotto, sopra Bagnolo Piemonte.

Costruire un Monastero è come costruire una casa


falettiNel luglio scorso il monastero cistercense “Dominustecum” di Pra ‘d Mill, sulle montagne di Bagnolo, ha tagliato il traguardo dei vent’anni. Il primo ad arrivare nella valle dell’Infernotto fu padre Cesare Falletti, accompagnato da un altro monaco. Entrambi provenienti dal monastero dell’isola francese di Lerins. «Siamo arrivati nel 1995 fratel Paolo ed io – racconta padre Cesare – e abbiamo iniziato qui la vita monastica che prosegue praticamente uguale. Ora siamo in 15. All’inizio, poiché eravamo solo in due, abbiamo semplificato molto e questa semplicità la viviamo ancora oggi. Non abbiamo banalizzato nulla, né diminuito la preghiera ma abbiamo cercato di fare le cose più semplici possibili. E ne portiamo ancora i segni ma proprio questa semplicità è una delle caratteristiche che attira la gente».

Il monastero, infatti, non è mai “solo”. Anche nei giorni feriali (ogni tornante che sale da Bagnolo a Pra ‘d Mill è una progressiva immersione nel silenzio) si trova sempre qualcuno: in chiesa, sotto i porticati lastricati in pietra, lungo i sentieri che collegano le diverse costruzioni. All’inizio il complesso era costituito di pochi locali: il cosiddetto “Castlas”, la foresteria e una minuscola cappella. “Il monastero – prosegue padre Cesare – è stato fatto secondo le esigenze. Ogni volta che ce n’era bisogno ne abbiamo aggiunto un pezzo ma sempre con lo stesso architetto in modo che la struttura crescesse armoniosa. Io avevo chiesto un monastero “componibile” anche per motivi economici. Come avremmo, infatti, potuto costruirlo da zero? La chiesa poi si è imposta perché la gente era troppa e nella cappella non ci stavamo più”. Padre Cesare sorride quasi commosso: «Il fatto di fare una chiesa mi ha molto impressionato. Costruire un monastero è come costruire una casa. La chiesa, invece, è un’altra cosa». E ogni domenica quella chiesa ospita dai100 ai 150 fedeli: “non sono parrocchiani di Bagnolo. È gente che viene anche da lontano e ha voglia di silenzio e di dedicare una giornata libera alla preghiera, partecipando ad una bella liturgia.

Ci sono molte famiglie, anche con bambini piccodi li”. I 20 anni di Pra ‘d Mill coincidono con i 20 anni da priore di Padre Cesare che ora cederà il suo incarico ad un altro monaco: «Resterò qui, anche se mi allontano per un po’, per lasciare che il nuovo priorie prenda le misure e che la comunità si adatti. È uno dei più giovani, si chiama Emanuele e ha 38 anni. Io andrò a Roma alla nella casa generalizia. Avrò più tempo per scrivere e leggere». Per lui è anche tempo di bilanci: una vita felice? «Felice, certo! Ma soprattutto piena di stupore. Io sono arrivato qui per una piccola comunità di preghiera come ci aveva chiesto il cardinal Anastasio Ballestrero e poi è nato un monastero che non è fatto solo di 15 monaci. È fatto da un enorme giro di persone perché i monaci non considerano se stessi e gli ospiti separatamente. Ci troviamo insieme in preghiera, lavoriamo insieme, abbiamo dei dialoghi. Fanno parte di noi. Questo fa sì che uno si stupisca, perché io, in fondo, non ho fatto nulla».

Rodolfo Venditti

Fin da ragazzo mi sono appassionato alla musica classica, ho ascoltato e letto molto. Per ascoltare e capire bene la musica è necessario conoscere le personalità dei compositori e, attraverso la conoscenza della loro vita, si acquista la chiave per capire il significato della musica che hanno composto in un determinato periodo della vita.

Dal Tribunale alla Musica


vendittiHo il piacere di incontrare, a Vigone nel giardino della sua splendida casa, il professor Rodolfo Venditti, classe 1925, magistrato e musicologo.

Come magistrato ha vissuto una carriera legata molto alle istituzioni alle idee, alla coerenza. Cene può parlare brevemente?

Io sono entrato in magistratura con molto entusiasmo. Sono nativo di Ivrea e, grazie a mio nonnomaterno che era notaio, sono cresciuto a contatto col mondo del diritto. Ebbi poi la grande fortuna, all’Università di Torino, di avere deiprofessori di notevole livello. Appena nominato Magistrato venni mandato al Tribunale di Saluzzo e poiché vi era l’obbligo che entro i primi cinque anni se ne passassero alcuni in Pretura, chiesi di rimanere a Saluzzo. Successivamente, venni trasferito a Torino dove mi occupai prima della sezione penale e poi di quella civile. Ero molto soddisfatto perché ciò mi consentiva di avere spesso un contatto diretto con gli interessati, con le parti, facevo spesso sopralluoghi e avevo la possibilità di far ragionare queste persone e di avviarle verso una conciliazione.

Cos’è la giustizia per lei?

Giustizia, secondo la definizione tradizionale, è dare a ciascunoil suo, sotto tutti i profili, sia del merito che del demerito. Il giudice quindi, ha il compito di vagliare la persona che ha davanti per scandagliare quali siano i suoi orientamenti, ecco perché, nelle cause sia civili che penali, l’interrogatorio della parte o dell’imputato è fondamentale.

Passiamo alla musica. Cos’è la musica? È vita…

Sì, la musica è vita ed è una vita singolarissima, perché essa ha la capacità di collegare, di unire, di mettere sulla stessa lunghezza d’onda, in sostanza, come una poesia, come la lettura di una bella prosa, come un canto. Ecco, la musica strumentale è incantevole proprio per la sua unità molteplice, perché un’orchestra è un’unità che nasce da una molteplicità notevole. Quest’affiatamento produce un “tutto” che è diverso dalle parti che lo compongono e che acquista una capacità espressiva che è totalmente superiore alle parti. E così, anche nel mio lavoro di giudice, la prima cosa che mi ponevo, di fronte a due cittadini che litigavano, era vedere la possibilità di conciliazione: ascoltavo la ragione dell’uno e dell’altro per farmi intermediario. Tante volte in una causa matrimoniale l’ho fatto. Parlavo prima con uno e poi con l’altro fino a mettere in evidenza i punti di scontro e quelli di possibile avvicinamento, per poi ascoltarli insieme, e finalmente raggiungere l’armonia.

Andrea Boccaletti

Giovane pianista di formazione torinese di indubbia bravura che fornisce una immagine fresca e vivace come interprete della musica classica.

Essere un pianista è una filosofia


boccalettiIl debutto ufficiale di Andrea Boccaletti, nato a Torino nel 1984 e diplomato in pianoforte e in composizione al Conservatorio di Torino nell’ottobre 2005, è avvenuto il 6 giugno 2007 nello stesso Conservatorio con il 3° Concerto per pianoforte ed orchestra di Beethoven con l’Orchestra sinfonica della Valle d’Aosta diretta dal Maestro Guido M. Guida. Ospite del 25° Festival organistico internazionale organizzato dal compianto Massimo Nosetti ha eseguito nel 2008 nella stessa sala e con la stessa orchestra il Concerto in Sol di Ravel. Docente di pianoforte principale al Liceo Musicale di Aosta, negli ultimi anni il pianista si è esibito in varie località italiane e all’estero, sia da solista che in veste cameristica. Il suo ultimo recital è del 13 aprile del 2014 nell’Auditorium delle Clarisse di Rapallo; risale invece al 4 maggio il debutto nel duo voce-pianoforte a Tavagnasco (Torino), nella Chiesa di Santa Margherita, con il soprano russo Elena Bakanova in un concerto di musiche francesi d’inizio Novecento. Andrea Boccaletti è un giovane pianista di formazione torinese che presentiamo con piacere ai Lettori di “Protagonisti” sia per l’indubbia bravura sia perché fornisce una immagine fresca e vivace come interprete della musica classica.

Una domanda forse scontata, come si è avvicinato alla musica?

“Il tutto nacque sostanzialmente quando avevo appena otto anni: venni attratto da un vecchio pianoforte verticale che in casa nessuno usava. I miei genitori, vedendomi “giocare” con i tasti, pensarono di affidarmi a un insegnante per qualche lezione”.

Riesce a mantenere la sua iniziale passione per la musica, malgrado tutti gli impegni pressanti, come lo studio, i viaggi, i concerti, che l’attività di musicista le impone?

“Assolutamente, anche se, ai momenti di esaltazione (pubblico entusiasta, affermazione in un concorso, slancio nell’esecuzione) seguono inevitabilmente fasi di stanchezza e scoramento, dovuti allo stress psicofisico imposto da un tale costante impegno”.

Come reagisce ai momenti di stanchezza?

“A questo proposito vorrei ricordare quel che disse Arturo Benedetti Michelangeli: “Essere un pianista o un musicista non è una professione, è una filosofia, uno stile di vita che non può basarsi né sulle buone intenzioni, né sul talento naturale. Bisogna avere prima di tutto uno spirito di sacrificio inimmaginabile”.

Come pianista, Andrea Boccaletti non potrebbe fare a meno di cosa?

“Il pubblico entusiasta, il palcoscenico… Se mi venisse a mancare quel contatto, mi sentirei un pianista dimezzato”.

Raffaela Vitale

Ha passato la sua vita lavorativa alternando esperienze nell’Ente pubblico e nel settore del privato sociale.

Una risata vi conquisterà


raffaella-vitale

Nell’immaginario della gente, quando si parla di Politiche Sociali e di Servizi Socio Assistenziali, vengono in mente cliché che vedono protagoniste, da un lato, anziane suffragette, come emblema di un mondo cattolico caritatevole e, dall’altro, passionarie radical chic, ancorate ad un mondo di sinistra fatto di diritti universali disattesi per mancanze di risorse.

Raffaella Vitale, ultimo direttore regionale dell’Assessorato alle Politiche Sociali e della Famiglia del Piemonte, è l’esatto contrario di quanto appena descritto. Allegra, bella ed estroversa ha sempre affrontato le tematiche più difficili del settore rallegrando i presenti con le sue squillanti risate segnale dell’ideazione di ottime risoluzioni operative.

Assistente sociale, laureatasi in successivamente in Pedagogia ad indirizzo psicologico, Raffaella Vitale ha passato la sua vita lavorativa alternando esperienze nell’Ente pubblico e nel settore del privato sociale. Da una sua iniziale intuizione si è sviluppato nel tempo “Il patto per il Sociale”, il primo documento organico della Regione Piemonte sulle politiche socio assistenziali integrate.

Attualmente, nel suo ruolo di Responsabile di area di KGS Caregiver, una delle più grandi cooperative italiane nel settore dell’assistenza agli anziani, ha ancora fatto parlare di sé, attivando per prima nel capoluogo piemontese, presso la Residenza Principe Oddone, un ristorante solidale dove può essere gustato un ottimo pranzo con un solo euro. Ciò è l’ennesima dimostrazione che la solidarietà è il giusto complemento della qualità di quei servizi efficienti che si devono poter offrire a tutte le persone.

Premio Giovedìscienza

valentina-caudaValentina Cauda

Premio Giovedìscienza 2013 – 2a Edizione

Laureata in Ingegneria Chimica nel 2004 presso il Politecnico di Torino, consegue il Dottorato di Ricerca in Scienza e Tecnologia nei Materiali nel 2007 presso lo stesso ateneo specializzandosi nella sintesi dei nanomateriali con vari periodi all’estero. Fino al 2010 lavora come ricercatrice presso l’Università di Monaco di Baviera su nanomateriali per rilascio di farmaci e ne studia le interazioni con cellule tumorali, pubblicando su prestigiose riviste scientifiche. Attualmente la Dr.ssa Cauda lavora come ricercatrice da 5 anni presso il Center for Space Human Robotics dell’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) a Torino, studiando l’ossido di zinco (ZnO), un materiale estremamente versatile, essendo sia semiconduttore sia piezoelettrico. Lo ZnO infatti può lavorare sia come sensore di molecole, gas o stimoli ambientali (luce, temperatura o pH), sia produrre energia elettrica se sottoposto a luce solare o sollecitato meccanicamente. Queste proprietà sono in particolare esaltate riducendo le dimensioni del materiale alla nanoscala e può quindi essere applicato in sensori, celle fotovoltaiche di nuova generazione o nanogeneratori di corrente elettrica. Dal punto di vista chimico è anche molto semplice, rapido e poco costoso da preparare e la Dr.ssa Cauda sta lavorando sulle dimensioni, morfologia e miglioramento delle prestazioni in funzione dell’applicazione finale. Un tema di particolare rilevanza è l’integrazione dello ZnO in appositi micro-chip in grado di raccogliere e immagazzinare l’energia prodotta e leggere i segnali elettrici derivanti delle abilità sensoristiche di questo materiale. Il tutto per sviluppare dispositivi innovativi, altamente versatili e multifunzionali.

alberto-massarottiAlberto Massarotti

Premio Giovedìscienza 2015 – 4a Edizione

Originario di Prato Sesia (NO), frequenta l’Università degli Studi del Piemonte Orientale “A. Avogadro” laureandosi in Biotecnologie e poi in Biotecnologie Mediche e Farmaceutiche. Appassionato di computer, si iscrive alla Scuola di Dottorato in Scienza delle Sostanze Bioattive lavorando ad una tesi dal titolo “Applicazioni di chimica computazionale alla ricerca di nuovi farmaci”. Durante il dottorato trascorre un periodo alla School of Pharmacy di Cardiff (UK) dove si avvicina agli “haptic”, ovvero strumenti che permettono di toccare le molecole in uno spazio virtuale. Successivamente prosegue la sua attività di ricerca come post-doc nel Dipartimento di Scienze del Farmaco di Novara, per poi diventarvi ricercatore a TD nel gruppo di chimica farmaceutica, ruolo che ancora oggi ricopre. La sua attività di ricerca, testimoniata da diverse pubblicazioni su riviste scientifiche internazionali, riguarda la progettazione al computer di nuove molecole in grado di indurre una risposta biologica; requisito vincolante per poterle sviluppare ulteriormente come farmaci. Per far questo elabora algoritmi informatici che, mimando i neuroni del nostro cervello, si comportino come un’intelligenza artificiale in grado di suggerire come sintetizzare più efficacemente queste nuove molecole.

nicola-pugnoNicola Pugno

Premio Giovedìscienza 2012 – 1a Edizione

Classe 1972, si è laureato prima in Ingegneria Meccanica e poi in Fisica Teorica – Astrofisica; ha conseguito un primo dottorato in Ingegneria delle Strutture e successivamente un secondo in Biologia. È Ordinario di Scienza delle Costruzioni all’Università di Trento, dove ha fondato e dirige il Laboratory of Bio-inspired and Graphene Nanomechanics, è Professore di Scienza dei Materiali alla Queen Mary University of London ed è Responsabile dei compositi a base grafene per la Graphene Flagship alla Fondazione Bruno Kessler di Trento. È uno dei 7 membri del Comitato Tecnico Scientifico dell’Agenzia Spaziale Italiana. È autore di oltre 250 articoli sulle principali riviste internazionali di strutture e materiali, con cui si è guadagnato 3 grant per la ricerca di eccellenza finanziati dall’European Research Council. Ha recentemente scoperto il materiale biologico più resistente al mondo, i denti delle patelle, e mimando le giunzioni della ragnatela ha realizzato le fibre più tenaci al mondo. Con nanomateriali come il grafene e con la bio-ispirazione sta progettando e realizzando compositi dalle caratteristiche meccaniche e tribologiche superiori, aiutando aziende italiane ed europee a sviluppare prodotti hightech di ultimissima generazione. Sposato, con 3 bimbi, è appassionato di montagna, dove ha partecipato alle prime 7 edizioni moderne del Trofeo Mezzalama. Il suo sito web è: www.ing.unitn.it/~pugno/

giorgio-volpiGiorgio Volpi

Premio Giovedìscienza 2014 – 3a Edizione

Nato a Cuneo il 23-02-1983, frequenta l’Università degli Studi di Torino laureandosi in chimica nel 2007 con la tesi dal titolo: “Sintesi e caratterizzazione di complessi ciclometallati dell’Iridio”. Da allora non ha mai smesso (per lavoro o per passione) di creare nuove molecole per possibili applicazioni nel campo della luminescenza. La sua tematica di ricerca riguarda infatti la preparazione di nuovi composti organici e metallorganici per applicazioni in dispositivi luminescenti (come LED, OLED, LEC), dispositivi per la conversione dell’energia solare (celle al silicio e celle di Graetzel) o come sonde fluorescenti per la visualizzazione di tessuti biologici attraverso l’utilizzo di tecniche di microscopia confocale. Dopo la laurea svolge il dottorato di ricerca su tematiche affini e prosegue l’attività nel Dipartimento di chimica di Torino come assistente alla didattica di laboratorio e docente temporaneo  presso diverse scuole superiori; attualmente è titolare di assegno di ricerca dal titolo: “Preparazione e caratterizzazione di derivati organici e metallorganici per applicazioni avanzate nella ricerca e nella didattica sperimentale”. L’attività di ricerca, cui corrispondono diverse pubblicazioni su riviste scientifiche internazionali, riguarda lo sviluppo di composti nuovi per una possibile applicazione in prototipi. Mentre lo studio dei composti sviluppati riguarda la fotofisica dei sistemi, la reattività chimica, le proprietà elettrochimiche e i rapporti tra struttura e proprietà.

Donne nella Prima Guerra Mondiale

donne-nella-prima-guerra mondialeI maschi protagonisti delle trincee, le donne del lavoro nelle fabbriche, nei campi, nelle manifatture, negli uffici pubblici… Una piccola rivoluzione portata dalla Prima Guerra Mondiale, che fa cambiare anche il ruolo della donna nella famiglia attribuendole nuove responsabilità. Se la donna lavora e diventa capofamiglia e deve quindi impegnarsi nella gestione quotidiana della casa, l’educazione dei figli, nella quadratura del bilancio, è fatale che si emancipi anche dai controlli sociali, acquisti margini di consapevolezza ritagliandosi spazi di libertà individuale. In questa frase centrale della sua prefazione al volume “Donne nella Prima Guerra Mondiale”, lo storico Gianni Oliva ha ben colto il tema ispiratore del volume di Bruna Bertolo, scrittrice di Rivoli che ha posto al centro della sua produzione storico-letteraria le donne da un punto di vista essenzialmente storico, ma anche ed inscindibilmente, sociologico.

“Donne nella Prima Guerra Mondiale” edito da Susa libri è infatti Il suo lavoro più recente, ma viene buon ultimo nella serie “Donne nella Resistenza in Piemonte” e nel Risorgimento. Attraverso nomi e storie spesso quasi dimenticate o ignorate di tanti personaggi femminili, l’Autrice mette in scena l’altro modo di vivere la guerra di crocerossine, giornaliste, femmes de plaisir, portatrici di munizioni e viveri a sostegno dei combattenti. Un’altra Grande Guerra quindi, interna, non meno dura di quella del fronte.

Gaetano Pugnani e i musicisti della corte sabauda nel XVIII secolo

gaetano-pugnaniQual era la musica, e quali erano i compositori in Piemonte nel corso del XVIII Secolo? Alla domanda risponde il libro di Giorgio Enrico Cavallo e Andrea Gunetti, Gaetano Pugnani e i musicisti della corte sabauda nel XVIII Secolo (Chiaramonte editore, 2015). Un saggio che contribuisce a portare a conoscenza dei lettori pagine di storia poco note, legate ai musicisti che resero grande il nome del Piemonte con le loro tournée in giro per l’Europa, e che oggi sono in gran parte dimenticati.

Lo studio parte da Gaetano Pugnani (1731-1798), violinista di chiara fama, che segnò profondamente la musica piemontese del secolo XVIII, in quanto assunse molteplici incarichi di prestigio presso la corte di Torino. I due autori, con un’attenta indagine delle fonti di archivio, hanno seguito le tracce del violinista, che fu tra l’altro il maestro di Giovanni Battista Viotti (1755-1824), forse il più celebre tra i musicisti nati in Piemonte: a quest’ultimo e ai numerosissimi altri compositori ed esecutori vissuti nel regno di Sardegna è dedicata tutta la seconda parte del volume. Giovanni Battista e Lorenzo Somis, Felice Giardini, i fratelli Besozzi, le famiglie Giaj, Canavasso,Chiabrano, Celoniati, Molino ed altri ancora: sono numerosissimi i talenti figli del Piemonte, che al loro tempo erano ammirati ed applauditi, ed oggi sono ingiustamente noti soltanto ad una piccola cerchia di appassionati. In chiusura del testo, una piccola antologia di spartiti inediti del Pugnani, trascritti fedelmente dagli autori, nella speranza di poter contribuire ad una loro moderna esecuzione. G. E. Cavallo, A. Gunetti, Gaetano Pugnani e i musicisti della corte sabauda nel XVIII Secolo, Chiaramonte, 2015 (20 euro).

Le tribulassion d’AVUSS

le-tribulassion-avussTutti ricordano la monumentale traduzione in piemontese della Divina Commedia di Luigi Riccardo Piovano. ”Il patrimonio letterario di una lingua si nutre di due grandi contributi: la produzione narrativa originale e le traduzioni dei grandi classici” così recita la quarta di copertina del libro di Carlin Porta “Le tribulassion d’AVUSS”, libera traduzione in lingua piemontese dell’Odissea, dalla traduzione in italiano di Ippolito Pindemonte. Carlin, nato in terra monferrina e residente nel Pinerolese, è un appassionato cultore della lingua piemontese, la insegna all’Unitre di Pinerolo, la coltiva con studi e letture, la “pratica” in poesia e in prosa.

Dice di se stesso di aver “bevuto a piccoli sorsi la linfa giovanile offerta dalle sue colline, linfa che negli anni si è sprigionata fra le mura dei monti sentendo il dovere-piacere di approfondire la parlata regionale che raccoglie in sé una lingua millenaria”. L’idea di provare a tradurre l’Odissea è nata, racconta Carlin in un’intervista al direttore di Vita Diocesana, Patrizio Righero, “quasi per gioco, ma un gioco serio, per variare gli incontri di lingua e letteratura piemontese all’Unitre, dove si leggevano passi della Divina Commedia in italiano e nella traduzione in piemontese, appunto di Luigi Piovano, con qualche altro testo e verificare se una traduzione poteva dare nuovi impulsi. Ho iniziato con brani presi dai vecchi libri di scuola, per poi inoltrarmi poco alla volta,“cissà”, stimolato da questa storia avventurosa a proseguire con gran piacere”.

Più o meno trent’anni di appassionate ricerche, consultazione di dizionari, letture, approfondimenti, “per avere a disposizione vocaboli diversi in uso nelle varie parti del paese”. Un esempiodi questa ricerca lessicale già si nota nei nomi dei protagonisti del poema omerico, non semplici trasposizioni letterali ma “invenzioni” che ne esprimono anche il carattere, la personalità, così Ulisse è AVUSS, Penelope è Pinaplin-a, Telemaco Timlicot, ij Bergeuj i Ciclopi, Lanternon Polifemo e la Parca diventa Carcassa veja e Nettuno Sopata-tera… Afferma Carlin Porta: Avuss, perché Ulisse era “acuto” e gli altri personaggi hanno preso un aspetto piemontese a volte con vezzeggiativi, a volte con suoni un poco strani, perché è usuale in piemontese l’uso degli “stranòm”, soprannomi”.

Le tribulassion d’Avuss è nel suo genere un capolavoro; affrontarlo può sembrare un’avventura, la lettura dei primi versi costituire una difficoltà insormontabile… ma se si persiste (magari con il testo di Pindemonte a fianco le prime volte) diventa una lettura intrigante, piacevole, in certe parti persino più comprensibile ed abbordabile dell’originale.

Il libro è pubblicato nella collana “I Faggi”, 100% Poesia Le tribulassion d’Avuss an libera version piemontèisa ‘d Carlin Porta, Marcovalerio editore.

Il Saluto di Antonella Parigi

Saluto con piacere l’avvio di questa nuova iniziativa editoriale rivolta al pubblico di quella dinamica e vivace realtà culturale rappresentata dal panorama piemontese delle Università della terza età.

Quando si parla di benessere della persona, in particolare proprio per quanto riguarda chi è un po’ più avanti con gli anni, si è soliti riferirsi alle condizioni di salute e allo stato di forma, anche in virtù di un modello imperante nella società odierna che ci vuole costantemente vigorosi ed efficienti.

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