Tea Taramino

Un progetto di arte contemporanea, a carattere relazionale

Arte Plurale


Nasce nel 1992 come “L’ho dipinto con…” nei laboratori dell’UNITRE di Torino (Università della Terza Età) da un’idea di Giuseppe A. Campra, psicoterapeuta. La formula: un artista professionista e un allievo per realizzare insieme un’opera pittorica.

A partire dal 1993 – con la fondamentale mediazione del gallerista GianFranco Billotti dell’UNITRE e dell’artista Giustino Caposciutti – la pratica si estende ai laboratori per persone con disabilità della Provincia e del Comune di Torino dove si trasforma, progressivamente in Arte Plurale attraverso la curatela di Tea Taramino, con la costruzione di nuovi rapporti con artisti professionisti, emergenti e istituzioni culturali – ponendo l’accento sulla ricerca dei diversi linguaggi della contemporaneità.

Arte Plurale è divenuto un progetto di arte contemporanea, a carattere relazionale, che si svolge in contesti educativi: servizi alla persona, scuola, associazioni, dipartimenti educazione dei musei di arte contemporanea, coinvolgendo artisti professionisti, emergenti o amatoriali ed esperti di varie discipline.

I soggetti e gli enti che collaborando e progettando insieme hanno costituito, nel tempo, una vera e propria rete, un circolo virtuoso. Curatrice Tea Taramino, dal 2013 affiancata da Maresa Pagura.

E’ una manifestazione internazionale a cadenza irregolare, biennale, triennale in cui confluiscono i diversi apporti con le centinaia di opere in mostra, il convegno, gli spettacoli e i laboratori per la partecipazione e sensibilizzazione del pubblico. (www.comune.torino.it/pass/arteplurale).

Arte Plurale in più di vent’anni si è sviluppato e articolato come: metodo di lavoro continuativo e percorso di ricerca, sperimentazione e formazione sui temi dell’accessibilità e della salute in collaborazione con i Dipartimenti Educazione dei Musei di Arte Contemporanea, l’Università, i servizi pubblici, le cooperative sociali e le associazioni culturali e di volontariato; costruzione di una rete locale, nazionale e internazionale volta alla conoscenza e scambio con altre esperienze che utilizzano l’arte come mezzo per attivare processi sociali e culturali inclusivi; spazio di confronto su come i linguaggi artistici della contemporaneità possano essere utili per riflettere e comunicare negli ambiti del disagio socio-culturale; promozione e valorizzazione del dialogo tra artisti affermati e quelli cosiddetti outsider. Obiettivo espresso anche con il sostegno e/o la collaborazione ad iniziative condotte in autonomia da team di giovani professionisti.

Singolare e Plurale a Palazzo Barolo
Dopo più vent’anni – Arte Plurale si rinnova e cerca nuove forme e altre vie per non perdere il patrimonio storico di esperienze condivise, mantenere viva la ricerca e le relazioni fra i partner che lavorano sui temi dell’accessibilità e della cittadinanza attiva, con persone in situazione di difficoltà, studenti, artisti e professionisti di diverse discipline e ora si esprime attraverso il progetto Singolare e Plurale, grazie alla disponibilità dell’Opera Barolo.

L’Opera Barolo e la Divisione Politiche Sociali e Rapporti con le Aziende Sanitarie della Città di Torino sono due realtà inconsuete nel panorama italiano e forse europeo: l’Opera Barolo è Patrimonio storico, artistico e culturale a forte vocazione umanitaria e solidale, mentre – in modo speculare – la Divisione Politiche Sociali con le Aziende Sanitarie, Servizio Disabili è Welfare sociale a forte vocazione culturale e artistica. Il Progetto Singolare e Plurale ne consolida lo storico rapporto valorizzando le rispettive funzioni di utilità sociale.

I due Enti collaborano dal 1996 a partire da L’ho dipinto con… e Arte Plurale, più di recente con il progetto regionale di valorizzazione degli artisti irregolari Mai Visti e Altre Storie (www.maivisti.it a cura di Arteco) al fine di far circolare idee e persone per offrire opportunità di cittadinanza attiva a tutti, mostrando quanto l’arte e la cultura siano capitali da scoprire – là dove sono nascosti – e da spendere insieme come contributo per l’evoluzione di una città, di un paese.

L’obiettivo comune fra i due Enti è la valorizzazione del capitale umano cittadino, soprattutto nelle sue componenti più deboli ed emarginate, che si manifesta nella promozione di iniziative culturali che hanno al centro le arti intese come motore di cambiamento, crescita personale, salute pubblica e welfare sociale.

Ad esempio partire dal mese di ottobre l’atrio di Palazzo Barolo è stato nuovamente invaso da centinaia di casine esiti di CASETT-AZIONE URBANA una scultura sociale realizzata in occasione del flash mob che ha collegato InGenio, Opere Scelte e Palazzo Barolo: del 14 maggio 2015, frutto della collaborazione con la scuola, le associazioni e le cooperative sociali del territorio nell’ambito del progetto Mai Visti e Altre Storie che valorizza autori straordinari, ma sovente misconosciuti, e opere alla ricerca di una “casa” che le valorizzi e le custodisca.

La collaborazione con l‘Opera Barolo ha dato il via a InGenio va a Palazzo un corridoio artistico culturale, sul territorio cittadino, che collega fisicamente e progettualmente InGenio Arte Contemporanea, InGenio bottega d’arti e antichi mestieri con Palazzo Barolo attraverso una programmazione di mostre ed eventi che possono essere distribuiti in contemporanea nei tre spazi, con opportunità di percorso fisico salutare di circa 20 minuti: una passeggiata nello splendido centro di Torino. Referente Patrizia Ventresca.

Le sedi principali


Palazzo Barolo, sale del Legnanino
Via delle Orfane 7, ingesso da Via Corte d’Appello 20

Palazzo Barolo, gioiello barocco cittadino, è un luogo con grande afflusso di pubblico di ogni età e di esperti di varie discipline, dove circolano idee e saperi: occasioni di confronto, contatto per tutti.

Un circuito importante, riconosciuto ed apprezzato. Sede di diversi enti, associazioni e istituzioni come la Fondazione Torino Musei. Un’opportunità per tutti per raggiungere attivamente la cittadinanza in un contesto storico di grande bellezza che è di ispirazione alla Città anche per l’impegno attivo dell’Opera nel rispondere concretamente ai bisogni di crescita e formazione delle nuove generazioni.

Info
Lunedì Chiuso –
Martedì | Mercoledì | Giovedì | Venerdì 10.00-12.00 ; 15.00-17.30
Sabato 15.00-17.30 – Domenica 15.00-18.30
Telefono: +39 0112636111 – Web: www.palazzobarolo.it
Email: info@palazzobarolo.itsegreteria@palazzobarolo.it

InGenio è formato da due spazi contigui – che rappresentano due interpretazioni di uno stesso progetto di valorizzazione delle persone in situazione di fragilità e di sensibilizzazione della cittadinanza, quale espressione di un’ampia rete civile che vi si riconosce:

InGenio bottega d’arti e antichi mestieri
Via Montebello 28/B –

In pieno centro, vicino alla Mole Antonelliana, dal 2001 è la vetrina della Città di Torino che espone e valorizza le opere d’arte e d’ingegno prodotte – dalle persone con disabilità -nei laboratori d’attività dei servizi comunali e convenzionati. Centodieci metri quadrati di locali ampi, luminosi, accoglienti e senza barriere, dove si può girare, curiosare per scoprire ed acquistare oggetti unici, ogni volta nuovi, diversi, originali ed affascinanti, frutto di manualità particolari, adattissimi per regali esclusivi.

Lo spazio è curato da Patrizia Ventresca con Rosaria Augeri, Enzo Bodinizzo, Carmen Dolce, Monica Zulian e numerosi altri operatori e utenti dei diversi servizi coinvolti.

Info

Dal martedì al sabato dalle 10.00 alle 19.00 orario continuato
Telefono: +39 011883157 – Web: www.comune.torino.it/pass/ingenio

InGenio Arte Contemporanea
C.so San Maurizio 14/E

Aperto dal 2011 è un laboratorio/galleria, uno spazio di 20 metri quadri, rivolto ad attività e sperimentazioni artistiche che guardano ai linguaggi della contemporaneità. Quale ulteriore apertura del progetto InGenio al mondo della cultura per incrementare le esperienze con artisti e personaggi del mondo dell’Arte Contemporanea e dell’Arte Irregolare attraverso l’interazione con istituzioni scolastiche, università, musei e fondazioni offrendo loro uno spazio non convenzionale.

InGenio bottega d’arti e antichi mestieri e InGenio Arte Contemporanea sono due espressioni diverse di una stessa iniziativa – di valorizzazione delle persone in difficoltà – promossa e gestita dalla Direzione Servizi Sociali e Rapporti con le Aziende Sanitarie, Servizio Disabili della Città di Torino, in collaborazione con le Circoscrizioni, le Cooperative Sociali e le Associazioni culturali e di volontariato.

Il programma è curato dagli artisti Tea Taramino e Enzo Bodinizzo e l’educatrice referente Patrizia Ventresca in collaborazione con numerosi artisti e associazioni. (www.comune.torino.it/pass/ingenio)

Info

Apertura su richiesta rivolgendosi a InGenio bottega in Via Montebello 28/B dal martedì al sabato dalle 10.00 alle 19.00 orario continuato

Adriano Paltrinieri

Le Fotografie di Viaggio di Adriano Paltrinieri

Pensare l’Emozione


In esposizione dall’8 dicembre 2015 al 3 gennaio 2016 presso la Sala Pacem in Terris del Museo Diocesano di Pinerolo, le fotografie di Adriano Paltrinieri: uno straordinario personaggio, classe 1922, reporter per passione e testimone degli epocali cambiamenti culturali e di costume che hanno investito l’Oriente dagli anni Cinquanta ad oggi. Per questo evento – che si ripeterà ad aprile 2016 con interessanti variazioni e sorprese nella galleria DB Project dell’artista Davide Binello a Torre Pellice – abbiamo selezionato una serie di immagini di viaggio stampate da Adriano Paltrinieri dal 1953 al 1972: Yemen, Oman, Ethiopia, Libia, Tunisia, Iraq, Iran, Turchia, Pakistan, Nepal, India. In mostra, oltre agli scatti di Adriano, alcuni omaggi artistici alla sua attività di fotografo: una serie di tavole dell’illustratore e fumettista Riccardo Cecchetti e quattro “cartoline informali” dell’artista Jean-Paul Charles. L’esposizione è stata realizzata grazie all’indispensabile contributo organizzativo di Patrizio Righero e della redazione di Vita Diocesana Pinerolese.

Come si può raccontare un’esperienza? Che cosa se ne può dire? Se si insiste sugli spigoli delle parole, senza divieti, si diventa prolissi, ma, pur ospitando i punti di vista, si consumano gli angoli. Meglio ancora, invece, essere lievi e trattare la maglia come una superficie, sulla quale passare affettuosamente la mano: allora, si è allegri, con tutta la tristezza rimasta nel ricordo di tanti anni fa.

Così funzionano anche le immagini. Quando cogliamo energie, simmetrie, coincidenze, possiamo scegliere di lavorare istintivamente ed espressivamente sulle nostre emozioni, cercando di condividerle e di renderle universali, oppure di operare come un specchio, certi di catturare in noi la scintilla che vibrerà anche nell’altro. Il risultato può essere, in entrambi i casi, efficace e, allo stesso tempo, affascinante. La modalità privilegiata, tuttavia, informerà la nostra creazione: nel primo caso, lo spessore della nostra sensibilità emergerà come un colore, riconoscibile sostanza. Altrimenti, la leggerezza, per cui avremo optato, genererà una sorta di narrazione, indirizzando l’occhio dello spettatore verso l’identificazione, prima stupita e poi sapiente, delle strutture.

Adriano “Tito” Paltrinieri ha scelto la seconda strada: il suo “obiettivo“ ha prodotto, spontaneamente appassionatamente liberamente, proprio in quanto “macchina” fotografica. Il racconto è, invece, dato in dono all’osservatore, che, oltre a recuperare una testimonianza, si trova immerso nel flusso di un viaggio, obbligato a partire con tutto il fardello di esperienza personale. La produzione di immaginario è caricata dalle potenze di due forze vettoriali: la costruzione dell’autore, che gioca sulle linee del paesaggio, su situazioni singolari, su figure e volti caratteristici, e l’intervento del fruitore, che inevitabilmente compone un percorso interiore.

Adriano Paltrinieri, un autoritratto degli Anni CinquantaAdriano Paltrinieri si è imbattuto in un banco di cernie, pescando nei fondali tra le barriere coralline del Mar Rosso: gli occhi di quei grandi pesci luccicavano in modo perturbante, quasi irreale. Un mattino, incamminandosi dopo una notte passata a dormire sulla sommità di un vulcano, si è immobilizzato in piedi, senza fiatare, al passaggio di un leone al suo fianco. Una notte dell’estate del 1953, nello Yemen, ha scalato la Montagna Verde, che era molto più alta e impervia di quanto sembrasse dalla vallata sottostante. Questi aneddoti sono soltanto una piccola parte di tutte le avventure che Adriano non ha immortalato, ma covano sotto alle luci e alle ombre dei suoi scatti, così come in noi, curiosi lettori di immagini esotiche, sognano tutte le possibili storie e le più impensabili trame.

Una serie di immagini di viaggio di Adriano “Tito” Paltrinieri (classe 1922, originario della Val Pellice e residente a Sestriere), appassionato di fotografia fin dalla giovinezza, sono state esposte nella Sala Pacem in Terris del Museo Diocesano di Pinerolo.
Medico malariologo, si specializza a Londra dopo la laurea a Torino. Nel 1953 è nello Yemen, dove, in alcune occasioni, visita il Re e dove immortala i paesaggi per le prime cartoline illustrate. Dopo due anni, assiste alla rivoluzione Yemenita del 1955.
Nel corso degli anni, si trasferisce per lavoro in Oman, dove vive per tredici anni. Viaggia, occupandosi di pianificazione medica, in Tunisia, Libia, Egitto, Etiopia, Turchia, Iraq, Iran, Pakistan, Filippine. Documenta i suoi spostamenti con una serie di reportage. I suoi soggetti preferiti sono i paesaggi, ma spesso ritrae personaggi incontrati sul cammino: popolazioni stanziali e nomadi, tribù, comunità di pastori e agricoltori.

La sua passione è il viaggio. Si sposta con la sua “Sunbeam”, motocicletta a due cilindri, che nel 1957 imbarca su una nave per Hong Kong. Durante questo viaggio, visita il Pakistan e arriva fino a Kabul.

La maggior parte delle immagini presentate in mostra sono fotografie stampate nel 1972, utilizzate da Adriano per creare cartoline personalizzate per gli Auguri di Natale. Altri scatti documentano i suoi numerosi viaggi.

Dal 1984, Adriano Paltrinieri è in pensione. Vive per la maggior parte dell’anno in Thailandia e torna a Sestriere soltanto per brevi periodi. Generalmente, non ama lavorare con la fotografia digitale, anche se talvolta mi ha permesso di ammirare qualche bella immagine scattata in Thailandia. Mi piace pensare che, con l’avvento del digitale, Adriano, che era stato allievo già nel 1928 del pittore liberty Paolo Antonio Paschetto, sia voluto tornare alla sua antica passione per i colori ad olio, dedicandosi ancora, come un novello impressionista, alla pittura. In esposizione, oltre agli scatti di Adriano, alcuni omaggi artistici alla sua attività di fotografo: una serie di tavole dell’illustratore e fumettista Riccardo Cecchetti e quattro “cartoline informali” dell’artista Jean-Paul Charles.

Tullio Regge

Tullio Regge è riuscito a far conoscere le conquiste della ricerca scientifica a un pubblico popolare scrivendo centinaia di articoli

Tullio Regge, lo scienziato che semplificò Einstein


Ci sono molti buoni motivi per parlare di Tullio Regge ai lettori di questa rivista. E’ stato uno scienziato eminente a livello internazionale, il più brillante della generazione venuta dopo Fermi. Tra i fondatori dell’associazione CentroScienza, Regge ha fatto conoscere le conquiste della ricerca scientifica a un pubblico popolare scrivendo centinaia di articoli per la “Gazzetta del Popolo” e poi per “La Stampa”, tenendo conferenze affollatissime nel Parco della Pellerina e al Palazzetto dello Sport, partecipando a programmi televisivi, scrivendo libri divulgativi (e anche di fantascienza). E’ stato un ironico pioniere della “computer art”. Si è battuto per la prevenzione degli handicap. Per cinque anni ha rappresentato gli elettori torinesi nel parlamento europeo.

Nato a Borgo d’Ale nel 1931, laureato in fisica all’Università di Torino con Wataghin e Verde, Tullio Regge era innanzi tutto un uomo curioso: non solo ha esplorato quasi tutti i campi della fisica contemporanea (particelle nucleari, astrofisica, cosmologia, meccanica quantistica dello stato solido, fenomeni delle basse temperature), ma era attratto da ogni nuova esperienza culturale o esistenziale. Per quindici anni ha lavorato negli Stati Uniti al prestigioso Institute for Advanced Study di Princeton, di cui Albert Einstein fu primo inquilino e nume tutelare, eppure, pur essendo cittadino del mondo, non dimenticò mai le sue radici: conosceva cinque lingue, ma girava la battuta che in realtà parlava il piemontese in cinque lingue diverse.
C’è poi un motivo particolare per ricordare Tullio Regge in questo anno 2016: esattamente un secolo fa, l’11 maggio del 1916, Albert Einstein pubblicava la teoria della relatività generale, e di essa Regge ha dato una originale formulazione matematica, vincendo nel 1979 la prestigiosa Medaglia Einstein, conferitagli, non a caso, nel centenario della nascita del grande fisico tedesco.

In fisica, Regge ha dato il suo nome a molti risultati innovativi. I più noti sono i “poli di Regge” (che hanno avuto sviluppi importanti nella teoria delle particelle elementari) e il “Regge Calculus”, che è appunto il lavoro con cui, all’inizio degli Anni 60, riscrisse in forma più semplice e maneggevole la relatività generale di Einstein pubblicata cento anni fa negli “Annalen der Physik”.

L’idea alla base della relatività generale è che le masse – ad esempio le stelle o le galassie – curvano lo spazio, o meglio lo spaziotempo, perché spazio e tempo sono connessi, come emergeva già dalla relatività “speciale” (o “ristretta”) elaborata da Einstein nel 1905. Ma le equazioni della relatività generale che descrivono lo spaziotempo curvato sono molto laboriose. Regge ebbe l’intuizione di approssimare la rappresentazione dello spaziotempo curvo e continuo suddividendolo – per così dire – in una miriade di triangolini piani e discreti. Questa rappresentazione si è rivelata profetica. A mezzo secolo di distanza, l’obiettivo più ambizioso della fisica dei nostri giorni consiste nel mettere d’accordo la meccanica quantistica, che è “discreta”, con la relatività generale. Bene: il “Regge Calculus” fu la prima versione “discreta” – quantizzata – della relatività generale. La gravità quantistica, fino alle teorie delle stringhe, delle “membrane” e alla M-Teoria (o Teoria del Tutto), ha lì le sue origini.

“Regge Calculus”

Con il “Regge Calculus” eventi matematicamente molto complessi come la fusione di due buchi neri diventano trattabili con minori difficoltà. Stiamo parlando di una eredità scientifica più viva che mai. Qualche mese fa ricevevo questa e-mail: “Mi chiamo Alessandro Nagar, sono un fisico teorico che lavora in Relatività Generale all’Institut des Hautes Etudes Scientifiques, a Bures-sur-Yvette (vicino a Parigi) dal 2007. Sono di Torino, dove ho studiato con Pietro Frè e Leonardo Castellani. Mi occupo essenzialmente del moto dei due corpi in relatività generale e emissione di onde gravitazionali dalla fusione di buchi neri e stelle di neutroni. In qualche modo, siamo, noi italiani che lavoriamo nel campo, quello che resta della Regge legacy, visto che è per noi ancora molto attuale il lavoro seminale di Regge e Wheeler del 1957 sulla stabilità del buco nero di Schwarzschild. Mi permetto di inviarle una comunicazione che riguarda il risultato più recente che abbiamo ottenuto riguardo il moto e l’emissione di onde gravitazionali da un sistema binario di stelle di neutroni coalescenti. La nazionalità italiana nel gruppo è quantitativamente dominante; siamo in un dominio di ricerca in cui gli italiani tirano la volata e si trovano sempre in prima linea, senza timori reverenziali nei confronti di nessuno.”

Questo è Tullio Regge oggi: vivo nei suoi lavori scientifici, benché se ne sia andato il 23 ottobre 2014 lasciando un grande vuoto nella ricerca e nella divulgazione. E’ stato un uomo dalla straordinaria autonomia di pensiero. Non mandava a dire le cose: le diceva e basta. Al parlamento europeo ne diede dimostrazione su temi delicati, come gli Ogm, le scelte energetiche, l’ecologia. “Quelli di Bruxelles sono stati anni interessanti – mi diceva –. Pensi che accanto a me c’era Napolitano, dal lato opposto il giovane Fini, in mezzo Rosy Bindi. Ero stato eletto come indipendente di sinistra. Ma quando il Pci si sciolse, mi sentii più libero.”

E’ una gioia concludere queste righe annunciando che nel prossimo autunno a Torino una grande mostra, insieme rigorosa e popolare, racconterà la relatività generale di Einstein e i contributi di Regge, dalla fisica alla divulgazione, dalla computer art all’impegno civile.

Anna Maria Cebrelli

Malattie da raffreddamento: la prevenzione e i rimedi di “pronto soccorso” secondo l’omeopatia, la medicina Ayurveda e la naturopatia. Ne parliamo con Tiziana Galliano, Paolo Martra, Stefano Fiori.

Strategie… per un inverno di benessere


Per assolvere perfettamente il proprio ruolo, la medicina deve considerare l’essere nella sua interezza, deve purificarlo e metterlo in armonia con l’universo affinché ogni organo e ogni parte del corpo possa beneficiare di quel miglioramento”, affermava il maestro spirituale Omraam Mikhaël Aïvanhov. Secondo la visione olistica, tutto è collegato: partire da questa premessa è il modo migliore per affrontare ogni stagione, dell’anno e della vita. Anche, naturalmente, l’inverno.

In questi mesi – secondo il ciclo naturale del ritmo della Terra – l’energia si ritira, va verso l’interno. E’ un tempo di riposo che va assecondato: se ci si sente stanchi, con poca voglia, è bene rallentare, riposare secondo il proprio bisogno”: precisa Tiziana Galliano, naturopata.. Arrivata alla medicina olistica nel 1997, in seguito ad un importante problema di salute e decisa a non prendere farmaci a vita, si è iscritta alla scuola quadriennale di naturopatia, Istituto di medicina Naturale di Urbino, approfondendo poi la formazione presso la Scuola di Cucina Naturale e Terapia Alimentare La Sana Gola di Milano e tanto altro ancora. “L’energia del cibo è fondamentale. In inverno – spiega – è importante fare in modo che il “terreno corporeo” non favorisca il proliferare di batteri e virus, quindi serve un’alimentazione non acidificante: ridurre o evitare i latticini e tutti gli zuccheri raffinati, bevande gassate incluse. Aumentare le dosi di frutta ma soprattutto di verdura ricche di vitamina C, scegliendo le cotture lente, che intensificano il sapore e portano calore all’interno del corpo. Bene le zuppe. Per rafforzare il sistema immunitario l’echinacea è perfetta, così come – su consiglio di un esperto – un ciclo di oligoelementi Rame-Oro-Argento o Manganese-Rame”. Poi c’è l’intestino, da tenere ben idratato e pulito “con fibre, tisane e bevande calde. Se c’è stipsi, al mattino appena alzati bere un bicchiere di acqua calda con limone fresco aiuta anche a liberarsi dalle tossine”. Malattie da raffreddamento? Niente paura, come ricordava un vecchio motto, se la curi ti passa in sette giorni, se lasci che faccia il suo corso ti passa in sette giorni. “Detto questo, fare sulfumigi aiuta a lenire e tenere idratati i polmoni (si possono mettere a sobollire per 2-3 minuti eucalipto, elicriso e camomilla, e poi respirare i vapori; oppure anche semplicemente solo con acqua e bicarbonato). Se serve, un rimedio mucolitico della nonna: tagliare una rapa a fette, aggiungere un cucchiaio di miele, lasciare per una notte, e si avrà uno sciroppo gradevole ed efficace da assumere. Tisane al timo e allo zenzero riscaldano e fanno circolare le energie. La propoli è un buon antibatterico e antisettico; un po’ di clorofilla liquida, presa al mattino, apporta un’energia vitale bella, verde, dolce”.

Prevenire, si sa, è meglio che curare: secondo l’omeopatia la strategia, in questo caso, non può che essere individualizzata perchè si basa sull’assunzione del proprio “rimedio di fondo”. “Si tratta – spiega il dott. Paolo Martra, omeopata – di un rimedio che viene individuato dal medico sulla base della costituzione fisica e sulle caratteristiche mentali e psico-comportamentali del paziente, e che è in grado di fare da equilibratore del sistema-organismo”. Martra, che non è un omeopata di primo pelo: la sua prima ricetta medica “alternativa” l’ha scritta nel 1979. Tanto per dire. Di fatto lui è uno dei primi, in Piemonte – dopo la laurea in Medicina nel 1976 – ad aver approfondito questa medicina basata sul “similia similibus curantur” (“il simile viene curato con il simile”): 4 anni di studio alla Sorbona, e poi tanti corsi, soprattutto all’estero, con personaggi eminenti. L’ha anche insegnata, l’omeopatia, per 21 anni alla Scuola CISDO e poi alla SMB. Specialista in cardiologia e agopuntura, con una formazione in psicobiologia, il dott. Martra fa parte della Commissione dell’Ordine dei Medici di Torino per le Medicine non convenzionali: “Curo molto l’alimentazione: in primo luogo, occorre evitare gli alimenti che possono favorire un’infiammazione, che è il terreno favorevole allo sviluppo di patologie o disturbi. Importante è anche lo stile di vita: deve essere sobrio, prevedere una giusta quantità di movimento ma anche di riposo. Le pause, dai ritmi soliti, sono fondamentali”. Il rimedio omeopatico non punta semplicemente a sopprimere il sintono ma a curare tutta la persona, quel preciso paziente; in generale però ci sono dei rimedi che possono essere utilizzati da tutti come “pronto soccorso” per i disturbi tipici dell’inverno e sono: Aconitum, Belladonna, Nux Vomica, Gelsemium, Bryonia e Ferrum Phosphoricum. “Aconitum è per il colpo di freddo improvviso, da vento freddo e secco, che porta raffreddore, laringite, influenza: 5-6 granuli al mattino e poi la sera si comincia con Belladonna. Nux Vomica è utile invece quando l’organismo, sensibile alle conseguenze del freddo, è intossicato da cenoni, esagerazioni alimentari o alcoliche. Gelsemium è la soluzione giusta per affrontare le prime fasi influenzali o le malattie da raffreddamento in cui – questa è la caratteristica importante – ci si sente storditi, sbattuti, come passati sotto uno schiacciasassi. Bryonia è d’aiuto nella fase meno acuta, dopo aver preso uno dei rimedi precedenti, quando ci sia ancora dolenzia osseo muscolare, tosse secca, desiderio di stare a riposo. Ferrum Phosphoricum invece è perfetto quando siamo stanchi, con la febbriciattola, in una situazione intermedia tra la debolezza e l’influenza”. La dose da assumere è sempre di 5-6 granuli, mattina e sera; la diluizione “dipende dalla reattività individuale, però in generale – precisa Martra – se non si ha modo di rivolgersi ad un omeopata, per tutti va bene da 9 a 30 CH”.

Inverno, freddo? “Via libera alle spezie nei cibi che portiamo in tavola, in particolar modo: curcuma, che combatte le infiammazioni; pepe nero, antitossinico e zenzero, che riscalda senza danneggiare la mucosa gastrica (come invece fa il peperoncino)”: consiglia Stefano Fiori,. naturopata olismologo, laureato in Scienze della Salute alla Newport University, in California, si è specializzato in medicina ayurvedica allo CSRAM di Nuova Delhi; ha pubblicato diversi libri ed è un insegnante di Ayurveda.

pepper-1061612_1920“Come espettorante, per sciogliere il muco che intasa bronchi e naso, è perfetto il Trikatu: si trova on line o anche in farmacia, è composto da pepe nero, pepe lungo e zenzero; va assunto mattina e sera, mezzo cucchiaino di caffè mescolato a 1 cucchiaio di miele d’acacia. Il Trikatu fa bene in generale per tutti, perchè serve a pacificare, a regolare il Kapha Dosha, che è la costituzione fredda e mucosa che tutti abbiamo ed è particolarmente attiva in inverno. Assumendolo ne guadagnano il metabolismo, l’umore, la forza, il dinamismo”. Un altro rimedio facile facile, per la gola arrossata: “gargarismi con acqua calda e basilico più un pizzico di curcuma, lasciati in infusione per 5 minuti”. Ma, come sicuramente è già chiaro, la prevenzione è alla base di ogni cura e – conclude Stefano Fiori – passa per “la pulizia del corpo e un’alimentazione corretta. Specialmente d’inverno, a maggior ragione quando si è raffreddati o influenzati, sarebbe bene evitare o almeno ridurre gli alimenti che creano muco e intasano il sistema linfatico, ovvero latte e latticini, mentre sono da prediligere zuppe di cereali integrali e verdure cotte. Le cotture: lente”.

 

Diego Priolo

La leggenda come invitante stimolo alla rilettura/riscoperta di un territorio

Diego Priolo


La leggenda – tralasciando le sue origini, il suo utilizzo e la sua finalità iniziale, riassumibili in un ambito educativo-religioso in epoca medioevale – è una risposta redatta da una comunità per superare, grazie all’elemento fantastico che caratterizza questo contenuto narrativo, limiti cognitivi e strumentali, con un rinforzo spesso non indifferente dell’identità del gruppo che ricorse a questo utilizzo. Gli eccessi di contenuto e/o di forzata/voluta presenza di certi protagonisti/personaggi, non saranno pertanto né casuali né gratuiti, ma efficaci risorse “volutamente scelte” per soddisfare il bisogno della comunità che li ha proposti con questa finalità, e altrettanto efficaci indicatori del peso complessivo riconosciuto al contenuto così utilizzato/veicolato su quel territorio.

Proprio questa forte connessione tra il narrato ed un territorio ben preciso è un aspetto da non sottovalutare in questo tipo di redazione narrativo-comunicativa.Più dettagliatamente, questa redazione fu inizialmente incentrata soprattutto sulla vita dei santi, da leggersi- come sottolinea la forma gerundiva latina “legenda”- come modelli con cui confrontarsi . In quest’origine religioso-letteraria di funzionalità, basilare fu ed é la raccolta di vite di Santi redatta da Jacopo da Varagine (Varazze) nel XIII secolo.

Da questa premessa storica, in cui ebbero comunque una loro influenza diretta o indiretta anche “antichi” modelli e tipologie narrative, fu però sostanzialmente a partire dall’epoca romantica che questa caratterizzazione propositiva ed interpretativa di contenuti, cominciò ad assumere una nuova identità e non più (o non solo) religiosa. Il contenuto fantastico che la caratterizza venne naturalmente confermato ma con un utilizzo non casuale, bensì in qualche modo connesso alla storia, alle peculiarità ed ai bisogni di un territorio ben preciso. Una scelta di uso con un’incredibile condivisione e riconoscimento di funzionalità che, oltre a differenziarla nettamente dalla fiaba, priva di questa identità di luoghi, individui ed eventi, permise tra l’altro, limitandoci all’Europa, di prospettare attente e precise analisi comparative tra leggende di stati diversi, trattanti temi analoghi.Proprio questo stretto legame con un luogo/località/zona ben precisi fu un grosso stimolo nel determinare successivamente l’attenzione di studiosi e ricercatori verso queste testimonianze, e tutto questo a partire “indirettamente” dalla redazione del termine “folklore”(folk: popolo, lore: sapere/conoscenza), coniato da William Thoms nel 1846, per etichettare ciò che esprime e caratterizza una comunità/un popolo.

In seguito saranno proprio gli studi sul folclore e quelli in ambito etnografico ed antropologico ad approfondire l’indagine conoscitiva su questa testimonianza popolare la cui funzione di fondo, considerando il peso dell’attuale leggenda metropolitana ed/o urbana, non è certamente esaurita ma ancora attiva nel cercare di soddisfare i bisogni che determinano la sua richiesta d’uso. Essa è dunque una risposta di una comunità ben riconoscibile su un territorio altrettanto ben identificabile, di fronte ad un disagio (fisico, conoscitivo, storico, ambientale,…) che viene posto sotto controllo, gestito ed anche superato, grazie a questa redazione “narrativo-fantastica”, elaborata comunque su specifiche caratteristiche geofisiche del territorio, sulla storia e gli eventi passati, o voluti tali, nel corso del tempo, e tutto questo senza però un “obbligato” rispetto in termini di verità e di come essi si svolsero effettivamente. Le forzature, le trasformazioni o le cancellazioni in questo ambito di utilizzo saranno comunque efficaci a rispondere ai bisogni a monte dell’elaborazione della leggenda.

Così il “voluto/forzato” passaggio di un grande personaggio storico in una zona, prospettato in questa cornice, non implicherà un rispetto dei fatti storici realmente accaduti, ma rafforzerà sicuramente l’identità collettiva locale , creando non raramente e per certi versi, le premesse e le basi per una sua orgogliosa crescita a venire. Nonostante questa “fragilità” di fondo, il contenuto espresso/redatto in questa prospettiva di funzione e di veicolazione, va esaminato con molta attenzione. L’utilizzo di certe informazioni, l’associazione a certi luoghi, personaggi, eventi ed anche le loro forzature, non saranno infatti mai gratuiti ma indicatori efficaci del peso di un luogo, di un personaggio e di un evento nell’immaginario e nella quotidianità di una “precisa” comunità. Un aspetto questo che gli storici dovrebbero tenere in conto.

La leggenda potrà dunque non veicolare la verità dei fatti ma certamente segnalerà il loro peso percepito. Proprio per queste caratteristiche e peculiarità, essa potrebbe prestarsi ad essere un invitante stimolo alla scoperta o riscoperta di un territorio, ad esempio con la creazione di percorsi mirati a luoghi letti e/o accolti in questa cornice “fantastica”.

A monte di questo intervento, chi vorrà curare e gestire questa stimolante offerta culturale — i giovani del posto, sensibili alla questione ed adeguatamente coinvolti e preparati, potrebbero essere tra i primi a ricevere questo invito di proposta collaborativa, “forse” anche con un riconoscimento economico ( una piacevole concretezza che va oltre la leggenda….) — dovrà però naturalmente partire da un’acquisizione della storia del luogo e da un censimento delle leggende locali, con individuazione dei luoghi prospettai in questa cornice. Un’acquisizione dunque attraverso opere edite, senza però tralasciare quanto di questo immaginario fantastico si conservi ancora tra gli abitanti del posto. Proprio attraverso interviste, soprattutto agli abitanti anziani, si potrà cogliere in modo genuino la ricchezza così conservata ed il probabile peso nella quotidianità di un tempo.

La redazione di cartine, con riporti dei percorsi e segnalazioni dei luoghi e dei soggetti leggendari – senza tralasciare segnalazioni di eventuali “criticità” di raggiungimento- rafforzerà naturalmente la proposta e l’invito ad aderire. Efficace (ma non sempre fattibile) potrebbe essere inoltre la preparazione di pannelli per i soggetti leggendari più eclatanti. Riassumendo le voci da tenere in considerazione, prendendo il “sistema” – (inteso per la sua visibilità sulla relazione tra i soggetti/categorie presi a riferimento, cioè l’indicazione di ogni voce così espressa deve essere proposta e contemplata in questa cornice complessiva) – come modello di lettura interpretativa dei bisogni e dei contenuti confluiti in questa redazione narrativa, sono le seguenti:

  1. veicolo comunicativo: oralità
  2. contesti di fondo: ambiente geo-fisico-naturale, ambiente storico (locale e territoriale), ambiente socio-economico ed ambiente culturale.
  3. la leggenda elaborata: bisogni, redattori , destinatari, contenuto e lingua.

Un esempio applicativo del “sistema” come modello interpretativo, può essere colto nella lettura del peso del lupo nelle leggende della Val Lemina, sviluppo vallivo che si apre sulla sinistra orografica della val Chisone all’altezza di Pinerolo, prospettato nei due schemi che seguono.

lettura-leggenda

perdita-tradizioniSulla modalità/sequenzialità narrativa, la tipologia e la funzione/il ruolo dei protagonisti, ed il “palcoscenico” della vicenda narrata, fondamentali (almeno per lo scrivente) rimangono il concetto morfologico di fiaba redatto da Wladimir Propp e la catalogazione-classificazione finnico-americana di Anti Aarne e Stith Thompson, riassunta poi in un sistema numerico. Circa la “classicità”, come contesto di riferimento e di confronto in questo nuovo utilizzo, utili possono essere i lavori in merito prodotti da J.Frazer ,B.Malinowski, K.Kerényi, M.Eliade e l’adattamento del concetto di luogo-non luogo, espresso dall’antropologo francese Marc Augé.

Di non di minore importanza sono poi gli studi condotti sul territorio “di casa”; ambito questo in cui il Piemonte – considerando il numero dei “suoi” ricercatori e studiosi in merito, le loro “indagini” e la consistenza informativo-documentativa prodotta dai loro lavori – è stato ed è un significativo modello di proposta con cui confrontarsi. Una ricerca dunque non esaurita, perché non sono poche le voci leggendarie meritevoli ancora di un ascolto …

——————————————–

Ciò che segue è solo un’ informazione sulle mie ricerche e sulla mia partecipazione a convegni come relatore e connessi in qualche modo alla leggenda. Il testo è tratto dalla conclusione di un mio “lungo” articolo sul Monviso Inglese, distribuito dal Cesmap ( Centro Studi e Museo d’Arte Preistorica afferente al Museo Civico di Antropologia e Archeologia di Pinerolo ) in occasione della mostra della Pietra Verde del Monviso , tenutasi a Pinerolo nel 2013/4.

Priolo Diego. Laureato in Lingue e Letterature Straniere, è stato docente di Inglese al Liceo Classico G..F. Porporato di Pinerolo. Da anni si interessa di folklore, con particolare attenzione alla sua dimensione narrativa elaborata/redatta sotto forma di leggenda. Raccoglitore di queste testimonianze sul territorio, ha proposto il frutto della sua ricerca in libri, conferenze ed in relazioni a convegni tra cui quello del Comitato Scientifico del CAI, svoltosi ad Oropa nel 2000, con una relazione sull’Immaginario Zoologico Alpino, quello Internazionale di Archeologia, tenutosi a Pinerolo nel 2003, con la presentazione de “la Tavola del Re”, singolare testimonianza litico- pastorale, quello Nazionale sul Carsismo che ebbe luogo a Bossea (CN) nel 2003), con una relazione sulla dimensione ipogea dell’alta Val Po nella tradizione e nella cultura popolare locale, quello delle Guide Alpine del CAI (Rif.Jervis, Bobbio Pellice, 2009), con una relazione su “La montagna nella leggenda. Lettura di un percorso di accettazione di questa realtà fisica: da primo rifugio dell’uomo a luogo del rifiuto – da luogo dei rifiutati a luogo della sfida umana”, nell’ottobre 2010, quello organizzato dal Parco Naturale del Gran Bosco di Salbertrand su Choza da pa Creir – Cose da non credere – presenze fantastiche nella cultura popolare in area occitana, con un intervento su alcuni laghi dell’alta Val Susa letti dalla leggenda, e nel 2014 a luglio, quello su “Le miniere del Beth: una storia che continua- 1904-2014, nuove ricerche per ricordare i 110 anni dalla valanga” , svoltosi presso la sede del Parco Naturale della Val Troncea, in Pragelato, con una relazione sulle leggende che ebbero come palcoscenico, a quasi 2800 metri di altitudine, e il colle del Bet/Beth ed i vicini monti Ghinivert e Pelvo. Inoltre, nel 2013, in occasione della mostra sulla Pietra Verde del Monviso, tenutasi a Pinerolo ed organizzata dal Centro Studi e Museo d’Arte Preistorica di Pinerolo, venne presentata la sua ricerca su “Il Monviso Inglese”, effettuata anche con informazioni acquisite direttamente dall’Alpine Club di Londra, e nel dicembre 2014 , sul Bollettino della Società Storica Pinerolese, anno XXXI, venne pubblicata la sua proposta di scoperta della città: “Pinerolo nella leggenda, appunti –Un itinerario tra i luoghi contemplati in questa cornice “.

Tra le pubblicazioni: “Gli animali nelle leggende delle Valli Pinerolesi”, opuscolo edito dal Parco Regionale della Val Troncea, con disegni di Sergio Bonino (1991), “Leggende e Tradizioni del Pinerolese” (C.D.A. Torino 1998, coautore con G.V.Avondo), “Il Lupo tra Scienza e Cultura Popolare” (Regione Piemonte, Parco Naturale Val Troncea, Quaderni del Parco n. 3, 2004, coautore), “Laghi Lac Lau. I laghi del Viso, della Val Po, delle valli Pinerolesi, della Val Sangone e della Valle Susa tra natura, storia, tradizioni e leggende” (Alzani Editore, Pinerolo 2010). ), Porte- Storia, leggende e vita vissuta. (Comune di Porte,Regione Piemonte, Provincia di Torino, Fondazione CRT. Alzani Editore , 2011, coautore)

Priolo Diego Via Carutti 6 10064 Pinerolo, diepri@libero.it,

In merito all’U3 ho la vice-direzione dei corsi della sezione di Pinerolo e, come docente, tengo di corsi di inglese ed organizzo ,in un ambito di Folklore, Cultura e Tradizioni Popolari , uscite sul territorio mirate alla scoperta/lettura di luoghi letti e conservati nella leggenda.

Giulio Ometto

La Fondazione Accorsi – Ometto: “Fiore all’occhiello nel panorama museale di Torino”

Intervista a Giulio Ometto, erede spirituale di Accorsi e Presidente a vita dell’omonima Fondazione


Il Cavaliere Giulio Ometto, fin da giovane, coltiva un grande interesse per l’arte, una passione che lo spinge a trascorrere intere giornate all’interno dei musei.

Nel 1963 a Torino, in occasione della mostra dedicata al barocco piemontese, conosce lo straordinario collezionista, già ammirato in tutta Europa, Pietro Accorsi. Inizia così una collaborazione durata ben 19 anni fino alla scomparsa del grande antiquario. Nel 1999, dando vita al sogno del suo caro maestro, Ometto apre il Museo di Arti Decorative. Ubicato in Palazzo Accorsi, qui hanno trovato degna dimora gli arredi e le collezioni d’arte di Accorsi, precedentemente situate in Villa Paola.

Nei successivi anni, acquistando ed implementando le collezioni, si è passati dalle iniziali 8 camere alle odierne 30.

Sentiamo dalla viva voce del Cavaliere i particolari di questa interessante e fruttuosa storia: “Questo Museo l’ho preso in mano, purtroppo, alla morte di Accorsi.
Già da molto tempo avevo in mente di creare una fondazione, ma Pietro ci rideva sempre sopra dicendo che non mi dovevo preoccupare – Giulio non ci pensare a quando morirò – mi diceva. Credevo molto in questo progetto ed insistevo per realizzarlo tentando, inutilmente, di spiegargli che così sarebbe stato più facile da condurre. Alla sua morte scoprii di essere l’erede universale. Ovviamente rinunciai a tutto e predisposi l’apertura della Fondazione.”

I primi tempi furono sicuramente difficili per Ometto che si trova a gestire una Fondazione con un patrimonio immobiliare notevolissimo. Il Consiglio di Amministrazione era composto unicamente da politici, mentre lui ricopriva solo la carica di Direttore Artistico. Lui stesso ci confessa il suo errore: “Mi sono circondato di tutta una serie di persone, specialmente politici, che pensavano solo al loro tornaconto”. Coraggiosamente si libera di questa zavorra e la Fondazione prende vita così come la conosciamo. Ometto con orgoglio prosegue: “Dal 1990 la Fondazione ha un patrimonio immobiliare che ci permette, anche nei tempi di odierna difficoltà economica, di portare avanti le nostre attività. Questi palazzi sono stati, infatti, interamente ristrutturati e bonificati e grazie ad un’oculata gestione degli affitti non abbiamo mai dovuto chiedere nessun tipo di contributo. Siamo una realtà molto sana, ed essendo io un antiquario, se un oggetto serve alla Fondazione ed il prezzo è congruo, guardo in cassa provvedo subito ad acquistarlo.

Anche quando dobbiamo allestire le mostre siamo oculati nelle spese. I nostri allestimenti sono per il 99% di derivazione privata e questo ci permette di contenere i costi e di far scoprire al pubblico dei quadri privati raramente esposti. Questo ci porta ad avere un lavoro di ricerca molto difficile gravoso, ma al contempo appagante. Il museo è come un’azienda, purtroppo con la sola entrata della biglietteria non c’è un ritorno adeguato e quindi cerchiamo di avere meno perdite possibili. Per fortuna quest’anno stiamo battendo tutti i record e stiamo per approdare alle 38000 presenze.

L’ingresso alla mostra è libero, ma se si desidera avere più approfondimenti è consigliabile usufruire della guida. Ovviamente abbiamo una capienza massima di visitatori, perciò si richiede la prenotazione obbligatoria. Per il futuro siamo tranquilli. La Fondazione è finanziariamente solida, la salute c’è e con essa anche la buona volontà di continuare a proporre sempre nuove interessantissime mostre.”

Come segno di gratitudine per questo enorme e proficuo lavoro, il 28 aprile 2010 il Consiglio di Amministrazione della Fondazione Accorsi ha disposto di aggiunge al nome del fondatore quello del Presidente a vita, il Cavalier Giulio Ometto.

Potrebbe interessarti anche…