Don Piero Gallo

Legalità e solidarietà, solo in questo modo si può vedere il fenomeno “immigrazione” nell’ottica giusta

La mia vita, la mia missione


La storia di un sacerdote cavallermaggiorese che da parroco a Torino si fa missionario in Kenia per poi tornare a fare nuovamente il parroco a Torino nella difficile realtà di San Salvario fino alla meritata pensione che trascorre a Cavallermaggiore.

Don Piero Gallo nasce a Cavallermaggiore il 15/07/1937 e viene ordinato sacerdote proprio a Cavallermaggiore il 29/06/1961.

Dopo alcuni anni dall’ordinazione l’Arcivescovo di Torino gli affida una parrocchia di nuova costituzione in Barriera Milano, questo chiaro segno della vocazione missionaria di Don Gallo. La nuova parrocchia verrà battezzata con il nome di “ Risurrezione” e vi rimarrà dal 1968 al 1980.

La spinta missionaria si concretizza nel 1981 quando Don Piero Gallo viene mandato come missionario nel nord del Kenia nella zona della tribù dei Samburu. Qui vi resta fino al 1992.

Tornato in Italia gli viene assegnata la difficile parrocchia di San Salvario a Torino che lui reggerà per un ventennio dal 1992 al 2012, contribuendo ad uno sviluppo sociale e di integrazione tra le diverse culture presenti.

Don Piero Gallo, si sente molto parlare di famiglia, cosa ci può dire della sua famiglia?

Posso dire che devo tutto ai miei genitori che mi hanno dato un’educazione religiosa fondamentale per le scelte che ho dovuto prendere nella mia vita. Mi hanno trasmesso valori fondamentali come l’attenzione ai più poveri ed emarginati, il rispetto verso ogni essere umano, il credere nella provvidenza. Ecco tutti questi valori ho avuto modo di apprezzarli e metterli in pratica soprattutto nelle situazioni di maggiore difficoltà, rafforzando ancora di più la mia fede.

Perché ha scelto di fare il missionario?

Devo dire che avevo un esempio in casa: infatti un mio zio era missionario proprio in Kenia quando io ero ancora seminarista e questa figura mi ha molto influenzato. In realtà ho sempre voluto fare il missionario, ne è la prova il primo incarico da parroco, infatti sono stato mandato in una parrocchia in cui non c’era niente, se non è una missione questa! Poi però sentivo di dover andare oltre i confini italiani e, proprio parlando con questo zio missionario, ho scelto il Kenia. In questa terra c’era fermento e voglia di fare: ho costruito scuole, acquedotti, chiese, ma in particolare quello che mi ha mosso è che ho visto nel Kenia un luogo dove poter parlare di Gesù a persone semplici ma di grandi prospettive. Questo mi ha aiutato molto a crescere umanamente e spiritualmente.

Data la sua esperienza come “uomo bianco” in Africa e poi come parroco a San Salvario in mezzo ai molti immigrati di colore, cosa ne pensa dell’immigrazione dei giorni nostri?

Il tema dell’immigrazione è sempre stato un argomento di accese discussioni. Per quanto mi riguarda ho sempre predicato “Legalità e solidarietà”, solo in questo modo si può vedere questo fenomeno nell’ottica giusta. Questi due valori devono essere tenuti in considerazione nelle dovute proporzioni, uno non deve prevalere sull’altro, altrimenti si diventa troppo buonisti o viceversa sovversivi. Non penso che si debba solo aprire agli immigrati senza una corretta assistenza perché la conseguenza è una sorta di radicalizzazione del razzismo. Lo spirito cristiano impone l’accoglienza, la solidarietà e la sensibilità verso chi è più sfortunato di noi. Devo dire che quando ero parroco a San Salvario i primi a muoversi per dare la giusta ospitalità sono state le comunità religiose. Proprio la fratellanza e collaborazione tra i sacerdoti, rabbini e imam hanno facilitato le cose; poi un grosso lavoro è stato fatto dalla scuola: la pazienza degli insegnati nell’accoglienza ed integrazione dei bambini ha permesso che le cose migliorassero.

Quindi Lei è un sostenitore del dialogo tra le varie religioni?

Assolutamente si, credo nel dialogo quale unica via per una vera pace religiosa. Anche se a volte ci possono essere contrasti o visioni differenti, questi devono portare ad uno scambio di idee incentrate sul rispetto reciproco.

Cosa pensa di Papa Francesco?

Questo Papa è un vero dono di Dio, una provvidenza che io ritengo possa riuscire e riformare la Chiesa senza troppi documenti e burocrazia. E’ un uomo pragmatico e deciso, che ha sempre lottato nella sua vita sia quando era parroco e vescovo a Buenos Aires e continua ancora oggi che è a capo della chiesa.
In un contesto blindato e millenario come quello della chiesa cattolica, Papa Francesco ha saputo portare una ventata di novità che definisco quasi rivoluzionaria, tuttavia rimanendo una persona semplice e di grande disponibilità.

Infine Le chiedo cosa farà adesso che è ufficialmente in pensione?

Devo dire che la mia non è la classica pensione in cui riposarsi dopo tutte le fatiche passate. In realtà continuo a dare una mano nelle parrocchie limitrofe in cui mancano i sacerdoti, sono assistente spirituale dell’Ugaf (Unione Gruppo Anziani Fiat), tengo conferenze in molte parrocchie per parlare ai giovani. Non tralascio le mie collaborazioni con numerosi quotidiani come La Stampa e con Torino Sette su cui da molti anni ho una rubrica intitolata “Parole” e per cui ho scritto oltre cinquecento pezzi.

E poi direi che va bene così… .

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