Il mondo Arabo- Islamico e lo “Scontro di Civiltà”. Le responsabilità dell’Occidente.

In seguito alla nascita dell’ISIS i mass media di tutto il mondo compresi quelli italiani hanno favorito un’escalation Islamo- fobica non dissimile a quella seguita al famoso attentato dell’11 Settembre 2001. Pochi specialisti di politica estera tuttavia hanno rilevato come siano state proprio le campagne militari successive all’11 Settembre, in particolar modo l’invasione statunitense dell’Iraq (2003), a favorire la deflagrazione del Vicino Oriente. L’occupazione di questo paese venne motivata da accuse mai confermate: le armi di distruzione di massa che né il capo degli ispettori dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, Hans Blix, né le forze statunitensi, in seguito, furono in grado di rinvenire.

Questo episodio paradigmatico non ha solo causato centinaia di migliaia di morti civili, ma favorito la completa destabilizzazione di un paese “chiave” della regione per oltre un decennio, facilitando, di fatto, la formazione del futuro ISIS in seguito al ritiro delle ultime forze di occupazione statunitensi nel 2011. Andiamo tuttavia con ordine facendo alcune importanti premesse.

In questo breve articolo non si vuole difendere di certo un dittatore come Saddam Hussein, così come il “bestiale” comportamento delle forze del “Califfato”, ma far comprendere come la reazione a dubbie decisioni di politica estera sia spesso causa di una escalation senza finalità.

È quindi importante introdurre l’argomento enfatizzando come sia la “Rivoluzione” Iraniana del 1979, che la guerra Afghana degli anni ’80 in seguito all’invasione sovietica siano da considerare gli eventi paradigmatici dai quali è rilevante spiegare la conflittualità medio- orientale odierna. Se, infatti, il primo evento ha acuito lo scontro interno al mondo islamico tra la maggioranza Sunnita e la minoranza Sciita per ragioni inerenti il predominio cultural- religioso tra Iran e Arabia Saudita, il secondo ha conseguito la scelta degli Usa di finanziare e armare attraverso Riyad e il Pakistan quei mujahideen afghani e arabi (diventati sempre più fondamentalisti durante il conflitto) che per tutti gli anni ’80 combatteranno il Jihad contro il nemico invasore. Conflitto che terminato nel 1989 anticiperà di qualche mese il crollo del Muro di Berlino, ponendo fine alla Guerra Fredda. Tuttavia se questo evento rende concreto ciò che Eric Hobsbawm ha definito essere per l’Occidente il “Secolo Breve”, il mondo arabo islamico non è stato “sconvolto” dall’ondata di democratizzazione che ha investito Europa e Sud America nello specifico, in seguito alla fine dello scontro tra le due super-potenze. Al contrario, il ritorno di migliaia di mujahideen arabi nei propri paesi di origine ha conseguito non solo un’ondata di violenza in alcuni paesi, ma una radicalizzazione dello scontro interno tra fondamentalismo religioso e suoi oppositori (solitamente, le forze armate di ogni stato).

Negli anni ’90 il tentativo di pulizia etnica nell’ex Yugoslavia ha colpito in particolare la popolazione musulmana della Bosnia – Erzegovina per la cui difesa sono nuovamente giunte dal mondo arabo migliaia di mujahideen, alcuni dei quali avevano già combattuto in Afghanistan nel decennio precedente. Bisogna quindi iniziare a confrontarsi con una realtà “sotterranea” di fatto favorita da paesi quali Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti che hanno incoraggiato il trasporto e il finanziamento di queste “brigate” in una sorta di perenne stato di guerra, a difesa di comunità islamiche in pericolo. In alcuni casi il rischio di subire lo sterminio da parte di minoranze musulmane è un evento non discutibile: il massacro di Srebrenica non è un’invenzione propagandistica, in altri casi invece: si pensi ad esempio al conflitto tra musulmani e cristiani nelle Filippine, quest’ultimo è stato di fatto favorito dalla creazione di gruppi terroristici interni legati all’associazionismo Qaedista (brigate di Abu Sayyaf), atti a destabilizzare il paese e incentivare lo scontro inter- religioso. È quindi evidente che alcuni conflitti siano stati facilitati da non meglio identificati “gruppi di potere occulto” che in Sudan, come in Somalia, in Nigeria come in Afghanistan e Pakistan rendono instabili intere regioni.

La fase storica post- 11 Settembre 2001 innalza il livello dello “Scontro di Civiltà” su un piano politico- ideologico che incentiva non solo il binomio: Islam = Terrorismo, ma anche musulmano = terrorista, di fatto favorendo il sostegno statunitense al presidente Bush e alla sua sconclusionata politica estera. A quindici anni di distanza dall’invasione dell’Afghanistan e a oltre 12 da quella irachena non solo questi due paesi sono stati falcidiati da un perenne stato di guerra (con centinaia di migliaia di morti civili), ma hanno conseguito scarsi risultati di pacificazione interna, provocando al contrario un’ulteriore escalation nella regione. Le “Primavere Arabe” invece, che dal 2011 hanno interessato alcuni importanti nazioni, non sono in alcun modo state agevolate dalle democrazie occidentali: si prenda in considerazione sia il sostegno statunitense al colpo di stato del Generale al-Sisi in Egitto nel 2013, ma anche al “silenzio assortante” sul tentativo di “Primavera” in Bahrain, al disinteresse totale per lo Yemen e inizialmente verso la Siria. Ad eccezione della Tunisia la conflittualità post- “Primavera” è favorita o da un intervento straniero (vedi in Libia) o da parte di alcuni paesi arabi come l’Arabia Saudita e gli Emirati, che spaventati da una possibile destabilizzazione interna, hanno incoraggiato l’escalation della violenza anti- Primavera in un’ottica di scontro ideologico tra mondo Sunnita e Sciita.

Se quindi in Bahrain, i carri armati di Riyad hanno soffocato nel sangue i tentativi della maggioranza sciita nel chiedere riforme, in Yemen, l’intervento imponente dell’esercito saudita si contrappone al clan Houthi, facente parte di quella storica comunità sciita presente nel paese fin dall’VIII secolo. In Siria infine, la “Primavera” è iniziata pacificamente assumendo soltanto in seguito uno status da “guerra civile” nella quale è stato favorito uno scontro di contrapposti schieramenti che oggi costatano un asse Sciita: Iran, regime di Bashar al-Asad e Hezbollah libanese, con il sostegno russo, e uno Sunnita, il cui Califfato è diventato protagonista, attraverso il sostegno di paesi Nato come la Turchia, ma anche di Arabia Saudita ed Emirati. Ci si trova quindi di fronte ad una complessità oltremodo elevata. Così come a partire dagli anni ’80, l’Occidente ha favorito la formazione di gruppi di guerriglieri musulmani radicali in ruolo anti- sovietico, a distanza di trent’anni, la politica è rimasta pressappoco la stessa. “Il nemico del mio (al momento) peggior nemico è mio amico” anche se quest’ultimo è un fondamentalista religioso che diventa difficile da disarmare in seguito al suo iniziale successo. Questa politica assurda continua a essere la principale causa della deflagrazione del Vicino Oriente. È quindi necessario, come conclusione, dirimere alcune controversie che negli anni hanno favorito una evidente disinformazione:

  1. Gli Arabo-Cristiani del Vicino Oriente si trovano in un perenne stato d’ “insicurezza” a causa in primis dell’aberrante politica estera dell’Occidente perché, se le democrazie europee e gli Usa avessero veramente voluto preservare la presenza cristiana in questa regione a maggioranza islamica, non avrebbero dovuto invadere l’Iraq nel 2003 e favorire l’esplosione della Siria in seguito alla sua fallita “Primavera”. Sia il regime di Saddam Hussein, il cui Vice era il cristiano caldeo Tareq Aziz, che quello di Bashar al-Asad, hanno sempre incentivato la protezione delle comunità cristiane presenti nel paese. Soltanto in seguito alla deflagrazione interna di questi stati e alla penetrazione di “brigate armate” qaediste o alla formazione dell’ISIS, i cristiani hanno subito un tentativo di annientamento su base religiosa.
  2. L’ISIS è stato favorito con il tacito assenso statunitense in seguito all’intervento militare di Hezbollah (marzo 2013) a favore dell’esercito regolare siriano contro i rivoltosi. Il rischio che le forze di Bashar al-Asad riconquistassero tutti i territori perduti in precedenza, ha spinto Turchia, Arabia Saudita, Emirati e Qatar, ha formare in Iraq delle brigate armate sunnite sia per combattere il governo iracheno Sciita di Nouri al-Maliki, che, perforando il confine siriano, riversarsi nel paese limitrofo contro il regime guidato da Bashar al-Asad.
  3. La dichiarazione della nascita di uno nuovo “Califfato” è stata una acuta scelta di propaganda politico – strategica che ha favorito l’arrivo di migliaia di “Foreign Fighters” arabi sia dall’Europa che da tutto il Vicino Oriente. Tuttavia è fondamentale sottolinearlo, il 90% dei morti civili causati dal “Califfato” sono musulmani, così come il numero massimo di “Foreign Fighters” europei che sono giunti in Siria, forse 5000, sono da anteporre a una popolazione musulmana europea di oltre 30 milioni.

È quindi evidente che una parte della responsabilità di ciò che sta accadendo nel vicino mondo arabo sia attribuibile a quell’Occidente che continua a essere democratico a proposito di scelte di politica interna, molto meno per quanto concerne quella estera, compresa la vendita di armi a paesi tutt’altro che plurali.

Marco Demichelis
Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano.


 

Date fondamentali per comprendere la storia del Vicino Oriente contemporaneo:

  • 1979: La Rivoluzione Iraniana pone termine al regime dello Shah. A distanza di pochi anni l’Iran deciderà di dare vita ad una forma di governo autocratico – teocratico di matrice islamica.
  • 1980-1988: Guerra Iraq-Iran. Saddam Hussein con il sostegno di tutto il mondo arabo sunnita, esclusa la Siria, e dell’Occidente, attacca l’Iran post- Rivoluzionario per cercare di far fallire la defenestrazione del regime dello Shah.
  • 1980- 1989: Invasione Sovietica dell’Afghanistan. Inizio dello scontro interno tra Sovietici e Afghani filo- sovietici contro mujahideen afghani e arabi finanziati ed armati dall’Occidente e dall’Arabia Saudita.
  • 1987: prima Intifada in Palestina e nascita di Hamas.
  • 1989: Caduta del Muro di Berlino. Nessun impatto sul mondo arabo.
  • 1990-1991: Prima Guerra del Golfo in seguito all’invasione irachena del Kuwait.
  • 1991- 2000: Inizia il lungo processo di pace per la Palestina. Gli ultimi accordi di Camp. David tra B. Clinton, Ehud Barak e Yasser Arafat non porteranno ad alcun risultato finale.
  • 1991-1995: Guerra inter-etnica in Ex. Jugoslavia.
  • 1995: massacro di Srebrenica a danno della popolazione musulmana di Bosnia.
  • 2001: Inizia il mandato del Pres. G. W. Bush.
  • Sett. 2001: attentato terroristico dell’11 Settembre su suolo statunitense.
  • Nov. 2001: inizia il diretto sostegno statunitense all”allenza del Nord” contro il regime Talebano in Afghanistan. Il paese verrà occupato in pochi mesi, non risolvendo in alcun modo i problemi di sicurezza interna.
  • Marzo 2003: Inizia l’invasione statunitense dell’Iraq. In pochi mesi il paese viene occupato. Tuttavia la scelta delle forze armate americane di sciogliere qualsiasi forza di sicurezza interna fa cadere il paese in uno stato di totale anarchia facendo penetrare al suo interno differenti forze legate ad al-Qaeda in precedenza non esistenti. Iniziano gli attacchi contro le comunità cristiane del paese.
  • Novembre 2010: Inizio delle “Primavere Arabe”. Tunisia ed Egitto.
  • Marzo 2011: Primavere Libica con intervento straniero, primavera Siriana. Viene soffocata nel sangue quella in Bahrain dall’intervento Arabo- Saudita.
  • Novembre 2011: In Siria, la “Primavera” si trasforma in Guerra civile.
  • 2012: Accesi scontri interni tra forze armate regolari siriane e il Libero Esercito Siriano (ELS).
  • Marzo 2013: Il partito Libanese Sciita Hezbollah entra nel conflitto a fianco delle forze di Bashar al- Asad.
  • Settembre 2013: Nasce l’ISIS, l’esercito islamico dell’Iraq e dello Sham (Grande Siria). Suo processo espansivo a cavallo del confine Siro- Iracheno. Pulizia etnica verso le minoranze cristiane e Yazidi.
  • Luglio 2014: Proclamazione del “Califfato”.
  • Ottobre 2015: Inizio dell’intervento militare Russo.

Immagine esplicativa:

mappa(1) L’Iran è l’unico paese al mondo che ha conseguito attraverso una Rivoluzione la nascita di una forma di governo che si fonda su principi di fatto religiosi; al contrario, la dinastia che governa l’Arabia Saudita e amministra i luoghi più santi dell’Islam (Mecca e Medina), i Saud, ha, dagli anni ’60, favorito l’emergere di una “ortodossia” islamica molto rigida per quanto concerne alcuni aspetti morali e comportamentali (l’impossibilità per le donne di guidare e di fatto di lavorare, la pena di morte, differenti forme di schiavitù ecc.), ma molto blanda in relazione al settore economico – finanziario, ridicolizzando di fatto il proprio ruolo all’interno del mondo islamico. Da questa netta contrapposizione nasce lo scontro contemporaneo tra mondo Sunnita e mondo Sciita. Antoine Sfeir, L’Islam contro l’Islam. L’interminabile guerra tra Sunniti e Sciiti., Brescia: Enrico Damiani Editore, 2003.

(2) Termine che indica lo sforzo che ogni credente deve attuare per migliorare se stesso (grande Jihad), ma anche guerra santa difensiva contro un invasore esterno (piccolo Jihad). In ambito contemporaneo il concetto di Jihad difensivo è stato di fatto trasformato anche in offensivo, senza tuttavia, alcuna solida base religiosa.

 

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