La coesione strutturale del prodotto finito è un dono dell’energia…

L’orgiastica uscita dalla preistoria del teatro


Autore, regista e attore, vive e lavora a Torino. Nel 1984 ha fondato sempre nella città subalpina (con Daniela e Lauretta Dal Cin, Ferdinando D’Agata, Maria Luisa e Sabina Abate) la compagnia teatrale Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa (di cui è Direttore Artistico). In occasione del trentennale di attività, i Marcido hanno debuttato nel loro nuovo spazio torinese Marcido Film (una sala da ottanta posti in corso Brescia 44) con AmletOne!, uno spettacolo tratto da William Shakespeare, i cui testi e regia sono di Isidori.
Tentiamo un bilancio critico dell’attività e della proposta culturale del gruppo, in una breve conversazione con lo stesso Isidori.

L’orgiastica uscita dalla preistoria del teatro

GP: «In Italia, forse sei l’unico operatore “teatrale” che tenta una metacritica della forma-merce espressiva, utilizzando in maniera dialettica lo specifico che mette in questione. La riscrittura “aggiornata” dell’Amleto, che fai nell’ultimo (e primo, per il vostro nuovo spazio torinese) spettacolo: AmletOne!, sembra incentrata sull’individuazione della spettralità edipica, che in qualche modo muove la trama e l’agire del protagonista, come il solo esito odierno possibile per il teatro. Perché il teatro chiede vendetta oggi?»

MI:«La tua interrogazione sul perché il teatro, la Scena, chieda oggi vendetta, condensa ed esplicita ogni motivo politico della mia azione d’arte; primo inciampo: come può una posizione “artistica” (quindi banalmente ma incontestabilmente sovrastrutturale) incidere, o anche solo ritenersi, una posizione “politica”?

Secondo inciampo: la mia vocazione d’artista, lo confesso con tutta la chiarezza possibile, è succedanea al fallimento delle tensioni politiche degli anni intorno al famoso 68, quindi, naturalmente, si è imbevuta di quelle istanze per gettarle in un crogiuolo formal/formante che “adesso” (un “adesso” che dura da trent’anni, lo ricordo: 1985/2015) raccoglie, tentando, per così dire, di “mettere all’atto” con la mia condizione di “non pacificato”, anche le tribolazioni di un corpo sociale in attesa…

amletone-scena-coraleInsomma, il teatro dei Marcido, pur incarnando una mia personalissima “mania”, pretenderebbe di manifestare, nientepopodimenoche l’afflato della specie al superamento di questo dannatissimo “presente”. Ho scelto l’”arte” del teatro in quanto le suggestioni più potenti che mi travolsero durante il mio apprendistato d’uomo, erano quelle derivate dall’esposizione di un “essere vivo”, che tramite appunto la sua propria corporalità, e a volte, anzi, senza neppure che tal “soma” possedesse una qualche eccezionale specificità estetica, mi comunicava (o almeno pareva che mi comunicasse), proprio soltanto con la sua situazione “dimostrativa”, il segreto heideggeriano dell’esserci; diversamente e meglio non saprei dire. Il teatro che riesco ad imbastire chiede sì vendetta, e tremenda contro l’oggi.

Aggiungo che i canoni scenici li adopero tutti in funzione di quanto sopra detto; discende da qui la loro “torsione”, barocca, protratta a volte fino all’annullamento di qualsiasi “segnale storico”, per farsi soltanto “canto”: un “in-canto” che smascheri la miseria individuale per accennare alla potenziale ricchezza orgiastica di un’umanità liberata dalle pastoie che ci stringono oggi in un’oscura preistoria.

GP:«La tua poetica “conflittuale”, che riesce a far coesistere in termini di metodo, Bordiga con Stanislavskij e Brecht, cioè un rigore analitico allucinato con l’ossessione del dettaglio e l’empatia per il distacco, è ben contenuta nella macchina scenica di AmletOne! Potresti parlarci in sintesi degli accordi tra scrittura, movimenti degli attori, scenografia e costumi?»

amletone-isidori-re-dal-cinMI:«Credo, in assoluta sincerità (anche se debbo postillar qui che assegno importanza semantica zero alle parole con la desinenza in “tà”, quali, ad esempio: “verità”, realtà”, eccetera) di non poter rispondere a tono a questa domanda; ciò che tu appelli come “poetica”, non è altro che un uncino col quale cerco di attaccarmi alla sensibilità dei miei cospecifici, per farmi, certo molto sotterraneamente, una tana fra di loro/noi. Quanto mi piacerebbe collegarmi con l’uomo senza il grave peso della formalizzazione estetica!

Con la “politica” certamente, ma… mi è precluso… allora… vai col liscio dell’arte! Di fronte all’organizzazione di una performance spettacolare, mi ritrovo ad esser sempre, con costanza certificata, come un infante “incolto”. Quei riferimenti che tu giustamente fai perché evidenti nella messa in scena compiuta, sono il frutto di un’incoscienza culturale, più che del suo contrario; vengono a strutturare la rappresentazione Marcido per pura fisiologia; la “forza drammatica” che sprigionano, consiste nel conflitto reciproco della loro stessa portata storica, recepita e concepita per via tutta sentimentale. L’abolizione e il disprezzo per l’elaborato “culturale”, è lo stigma araldico più eloquente della Compagnia.

Il miracolo della Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa, è, appunto e palesemente, un miracolo. La coesione strutturale del prodotto finito è un dono dell’energia; si è poeti, attori anche, pittori senza dubbio, danziamo, innalziamo melodie, ma il nostro carattere principe è quello che ci concede di plasmare un’energia quasi a-nonima, dispensandola con l’aiuto del dio Dioniso, la cui epifania sul palco è quanto poi davvero ci interessa provocare».

GP:«Quale sarà il tuo prossimo “ passaggio”, se ci sarà?»

MI:«Una verifica. Il futuro dei Marcido prevede un’operazione verificatrice; la probabile messa in scena dell’Impiegato di fiducia, di Eliot, che dovrà darci la risposta chiave intorno alla funzione della drammaturgia teatrale; può essa condurre e portare su di sé un discorso poetico che pretende un’udienza razionale, oppure alla forma “teatro” si addicono esclusivamente gli imperativi della metamorfosi dionisiaca? Saremo studenti alle prese con un tal dettato; se poi una risposta sarà venuta dall’esperimento eliotiano, vorremo approfondire ancor più di quanto abbiamo potuto far fin’ora il nostro rapporto con la “musica”».
Note biobibliografiche

Marco Isidori, in qualità di regista pensa e dirige gli spettacoli della Compagnia Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa, curandone l’adattamento e le riduzioni drammaturgiche, e prendendone parte come attore principale. Suoi sono i testi poetici utilizzati negli spettacoli e suo è il metodo di ricerca su cui si fonda il lavoro del gruppo. Tra i quasi trenta allestimenti che nel corso dell’attività i Marcido hanno prodotto, vanno ricordati:

1986, STUDIO PER LE SERVE da Les Bonnes di Genet (Premio Narni Opera Prima)
1987, LE SERVE, UNA DANZA DI GUERRA da Les Bonnes di Genet (Premio “Giovin Italia”)
1988, UNA GIOSTRA: L’AGAMENNONE da Agamennone di Eschilo ( Premio “Opera d’Attore”, Festival Internazionale di Chieri)
1990, CANZONETTA da I Persiani di Eschilo( Premio “Drammaturgia In/Finita”, Assessorato alla Cultura e Università degli Studi di Urbino)
1991, PALCOSCENICO ED INNO da La sirenetta di Andersen (Premio Speciale Ubu)
1993, SPETTACOLO da Fedra di Seneca(Premio Speciale Ubu ; Spettacolo dell’Anno 1993- referendum Patalogo 16 ed. UBULIBRI)

1995, LA LOCANDIERA di Carlo Goldoni e’ inciampata nel teatrino dei Marcido: conseguenze da La locandiera di Goldoni
1996, L’ISI FA PINOCCHIO, MA SFAR LO MONDO DESIEREBBE IN VER da Collodi
1997, HAPPY DAYS IN MARCIDO’S FIELD da Giorni Felici di Beckett
1998, UNA CANZONE D’AMORE da Prometeo incantenato di Eschilo
2000, A TUTTO TONDO, nuova certificazione del mondo di Suzie Wong (poema drammatico finalista al Premio Riccione per il Teatro 1999)
2002, VORTICE DEL MACBETH da Macbeth di Shakespeare (progetto vincitore Bando Assessorato Cultura Torino – coproduzione con Fondazione Teatro Metastasio di Prato – segnalato ai Premi UBU 2002 come miglior spettacolo, per la Scenografia e per la Ricerca)
2002, BERSAGLIO SU MOLLY BLOOM da Ulisse di Joyce
2003, MARILÙ DEI MAR(cido) E L’ORCHESTRA/SPETTACOLO DEGLI STESSI
MAR(cido) in CONCERTO da L’opera da tre soldi di Brecht
2004, TRIO PARTY da Quella Volta, Dondolo, Non io di Beckett
2006, FACCIAMO NOSTRI QUESTI GIGANTI! da I giganti della montagna di Pirandello
(coproduzione con Fondazione Teatro Stabile di Torino)
2009, …MA BISOGNA CHE IL DISCORSO SI FACCIA! da L’Innominabile di Beckett(Premio della critica)
2011, LORETTA STRONG di Copi
2012, EDIPO RE da Sofocle (coproduzione con Fondazione Teatro Stabile di Torino – segnalato ai
Premi UBU come miglior Regia e Spettacolo dell’Anno 2012)
2014, MISANTROPO!MOLIÈRE!MARCIDO! da Il misantropo di Molière
(coproduzione con Fondazione Teatro Stabile di Torino)